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Il concetto di corsa

Non si può parlare di corsa (nel senso agonistico) astraendosi dal concetto di velocità: cioè di correre a lungo e il più forte possibile.
Col perfezionarsi della tecnica, assecondata dai mezzi scientifici, il concetto di velocità prende forma e si rafforza: le distanze classiche, dai 100 metri alla maratona (km. 42,195) vengono riviste sotto un aspetto differente. Il binomio «velocità-resistenza» si fonde per dar luogo ad un'espressione del tutto moderna: la «resistenza alla velocità», cioè l'adattamento a prolungare nel tempo e nello spazio lo sforzo motorio al massimo delle proprie possibilità.

Mentre una volta soltanto la corsa dei 100 metri, e poi quelle dei 200 e 400 metri, erano considerate corse veloci, oggi anche gli 800 e 1500 metri, il miglio e forse anche i 5000 possono essere ritenute come gare veloci.

Nelle varie forme di corsa cambia prevalentemente l'ampiezza del passo, ove si riduce nelle corse di resistenza e aumenta progressivamente in quelle veloci (vedi tecnica della corsa). Da una gara all'altra occorre però tener conto anche di altri fattori di distinzione: tipo di preparazione, tempi di reazione, prontezza di riflessi, recupero, distribuzione delle forze e fluidità di azione. Questi fattori sono determinanti ora per l'una, ora per l'altra specialità. Si evince, infatti, che il velocista di corte distanze è allenato a rispondere fulmineamente al richiamo esplosivo dei centri nervosi, anche se la susseguente azione dello scatto risulta, per la connaturata elevatezza del ritmo, a volte scomposta e disordinata. Il corridore di mezzofondo e di fondo, invece, è sempre, o quasi, caratterizzato da un'azione fluida e continua, richiesta proprio dall'economicità stessa del gesto tecnico. In quest'ultimo caso, l'automatismo alla falcata, facile e redditizia, si acquisisce con la metodica di una lunga preparazione.
Anche in fatto di recupero le specialità si presentano sotto un diverso profilo: mentre il recupero dello sforzo fulmineo avviene in un tempo relativamente breve, nello sforzo prolungato occorre molto più tempo prima di raggiungere lo stato naturale di forma fisica. Ciò contribuisce a confermare l'assioma che velocisti si nasce, mentre corridori di medie e lunghe distanze si diventa attraverso l'assidua, meticolosa e razionale metodica di allenamento.
Sotto l'aspetto puramente spettacolare, la corsa, sia che essa si svolga nei moderni stadi, sia che venga effettuata su percorsi liberi, avvince ed affascina ancora. Gli spettatori vedono negli atleti la genuina espressione umana della forza, della potenza e del dinamismo.
La corsa di fondo opera sensazioni di entusiasmo che la corsa breve, esaurendosi in pochi secondi, non può offrire. Essa nelle sue fasi di lotta, di cedimenti, di riprese, di sorpassi, di «bagarre» convulsa, di finali contrastati e di arrivi spasmodici, conquista ed entusiasma, operando un'efficace azione di proselitismo tra i giovani desiderosi di agonismo e di professare il «culto» dell'atletica che è culto dell'uomo. Si impone, così, la corsa come il vero atletismo, giacché il vero atletismo è corsa, come del resto, lo era nel classicismo.

 

 


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