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Più di 200 km dividevano Atene da Sparta, le due città rivali, che nel momento del pericolo fecero fronte comune per non subire l'eterna schiavitù delle barbare orde persiane guidate da Dario.
Occorreva, in quel tragico momento, avvertire gli spartani del comune pericolo: l'esercito di Dario incalzava su Atene e la caduta della città sarebbe stata determinante per l'invasione di tutto il territorio greco. La distanza tra le due città, a quei tempi, costituiva un abisso! Gli Ateniesi non si persero d'animo: chiamarono un giovane, vincitore della recente corsa ad Olimpia, un certo Fidippide, e lo inviarono a Sparta con l'incarico di portare il tragico messaggio agli autorevoli capi spartani.
Fidippide affrontò il lungo percorso con lo stesso "animus" e con lo stesso entusiasmo con cui aveva affrontato le ripetute "mete" dello Stadio di Olimpia.
Corse per due giorni e due notti, superando difficoltà immense. La volontà di riuscire nell'impresa per la salvezza della sua patria lo stimola e lo sorregge nella immane fatica; giunge così a Sparta, stremato sì di forze, ma con la mente lucida per prospettare la tragica situazione di Atene.
Il riposo fu relativo; poche ore non di sonno ma di un allucinante sogno, in cui percepiva la salvezza di Atene, giacché Sparta aveva deciso di essere a fianco della «sorella» nella lotta di liberazione dalla schiavitù.
Eccolo, dunque, sulla via del ritorno, ancora a macinare chilometri, per strade impervie ed assolate; eccolo correre, correre, correre! Giunge così all'Acropoli a portare la buona novella, mentre il cerchio della minaccia persiana si stringeva preoccupante sotto la città.
Intanto Atene mobilita un esercito di diecimila uomini per fronteggiare in qualche modo la disperata situazione e ne affida il comando a Milziade, un vecchio ed esperto generale, assegnando quale staffetta della spedizione l'oplita Fidippide.
Secondo l'eterno concetto che la miglior difesa è l'offesa, Milziade usci dalle mura della città, determinato a dar battaglia al nemico, e ad una quarantina di chilometri da Atene, nella piana di Maratona, lo agganciò improvvisamente, riportando la storica sensazionale vittoria che tutti conosciamo attraverso i libri di scuola.
Milziade, intanto, ordina alla staffetta Fidippide di correre ad Atene per annunziare la clamorosa vittoria; ed ancora una volta l'oplita olimpico mette la sua corsa al servizio della patria.
Con ritmo accelerato Fidippide si invola verso Atene, divorando i 42 e più kilometri! La sua corsa aveva del sovrumano; la consapevolezza che la notizia avrebbe fatto esultare governanti e concittadini moltiplica le sue forze; le gambe girano vorticose, il cuore batte disperatamente, i muscoli tesi e pronti a ricevere le sollecitazioni, tutto l'organismo impegnato nella sublime dedizione.
Sfinito, giunge ai piedi dell'Acropoli, là dove ora sorge lo Stadio Olimpico di Atene, quello delle Olimpiadi del 1896. Una sola parola riesce ad articolare: Vittoria! e cade tra le braccia di pochi presenti. La notizia si diffuse rapidamente e segnò la fine di un incubo; ma all'esaltazione della vittoria si unì il dolore per la scomparsa del campione al servizio della Patria.
Allo stadio di Atene, dove si tennero a battesimo le prime Olimpiadi moderne (1896) esiste una lapide, proprio nel punto dove cadde Fidippide, che tramanda ai posteri la leggendaria impresa.
Il ricordo di tale impresa rende ancora più grande la gara di corsa detta Maratona, che ogni quattro anni chiude il ciclo di gare in occasione dei Giochi Olimpici.
Centinaia di migliaia di spettatori rivivono le gesta di Fidippide: essi attendono ansiosi che dal sottopassaggio dello Stadio Olimpico spunti l'agile figura del maratoneta per decretargli il massimo trionfo, quello che conviene ad un soldato dello sport!
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