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La corsa è certamente la più primitiva forma dell'atletismo. Già i Greci la consideravano, per bocca di Pindaro e di Bacchilide: «la prima fra tutte le gare» e ne esaltavano la bellezza, le virtù fisiche e psichiche. L'eroe di Omero è infatti il «piè veloce Achille» che personifica appunto l'umano equilibrio tra il bello ed il buono come virtù (Kalos kai agatos = bello e buono). Pindaro, il cantore della corsa per eccellenza, dedica un'intera ode, la XIV ode Olimpica, al vincitore della corsa, il giovane Asopico, che sulle rive dell'Alfeo, in Olimpia, cinse la giovanile chioma col lauro della vittoria. Ancora oggi, a distanza di millenni, il fascino della falcata, l'armonia delle braccia in sintonia con le gambe, la potenza dello sprint del corridore, esaltano migliaia di spettatori negli stadi o ai margini delle strade attraversate dagli atleti nelle corse di lunga distanza. La folla sente la bellezza, il fascino della corsa e dell'atletismo in genere, quale pura espressione umana, esente da ogni forma di mercantilismo; esalta inoltre l'armonico connubio di forza fisica e morale che sta alla base di ogni gesto atletico, e particolarmente della corsa. La folla anonima ha sempre guardato compiaciuta l'armoniosa fatica dei corridori, sia nello stadio che nelle strade, ed è prodiga di applausi sia per il grande campione che per l'umile corridore, che, da fanalino di coda, spende tutte le sue energie per un ideale di perfezione cui fermamente crede, alla stessa stregua del campione.
Quante volte capita che l'ultimo arrivato di una lunga corsa riscuota più applausi rispetto al vincitore stesso! In tale clima ogni tentativo deprimente da parte dei critici è vano; il cuore e il calore della comprensione dovranno essere i fattori determinanti di una critica. Lo spirito propulsore del fisico, teso al conseguimento di un alto ideale umano non va mortificato, ma esaltato come lo esalta la folla anonima, sensibile ad ogni forma di naturale ansia di perfezione.
Il corridore perdente, o qualsiasi altro atleta non vincitore, non è mai un vinto! Potrà essere, se mai, inferiore perché tale è il giudizio di un cronometro. Dal lato umano, che è quello che più conta, il suo valore è certamente sullo stesso piano di colui che lo ha preceduto, perché nella lotta protrattasi per vari giri di pista o lungo le assolate o fredde strade, egli ha profuso ugualmente tutte le sue energie fisiche, intellettuali e morali.
Lo sport di un popolo deve concorrere a disvelarci la vita ed i momenti storici di quel popolo, deve servire ad aprirci l'accesso a certi particolari stati d'animo ed alle propensioni più peculiari, altrimenti esso si autocondanna a vegetare ai margini degli eventi, senza poter pretendere di influenzarli, o almeno di intonarsi ad essi.
Lo sport, cioè, deve apparirci nella sua duplice funzione di elemento rivelatore di un tempo e di una civiltà, e, congiuntamente, di fattore concorrente a caratterizzante quel tempo e quella civiltà.
Qualcuno sorriderà per queste pretese di attribuire all'attività sportiva poteri così importanti: siamo però proprio sicuri di poter negare il suo effettivo apporto alla formazione dell'«efebo» greco, del legionario romano, del cavaliere medioevale, per non parlare del militare tedesco, del "gentleman" inglese o dell'uomo contemporaneo? Siamo, cioè, proprio sicuri che lo sport non sia riuscito a rinsaldare certe posizioni, ad appoggiare certi indirizzi, ad assecondare certe politiche, favorendone poi le concretizzazioni, e talvolta, addirittura travalicandole?
In molti periodi storici lo sport ha costituito un aspetto fenomenico della vita umana, e, come tale, è nel solco di un'ortodossa interpretazione del concetto di storia.
Il mondo della cultura, salvo poche nobili eccezioni, si è comportato nei riguardi delle ricerche storiche sullo sport con la più grande indifferenza; tale mondo ha disdegnato la storia dello sport proprio perché ha sempre stentato a credere e a ritenere che lo sport fosse anche espressione di cultura.
Conseguentemente persiste a negare che dalle vicende di esso, lo sport possa scaturire anche il più fioco lume originale rivelatore di costumi, di tradizioni, di mentalità. Eppure quali nitidi sprazzi, quanti persuasivi chiarimenti ci sono venuti da composizioni letterarie di netto contenuto sportivo, o dalle opere d'arte che dall'evento agonistico erano derivate e che di esso si alimentavano.
Sarebbe facile, seguendo il racconto delle alterne fortune sportive, risalire alla determinazione dei più tipici stadi dell'evoluzione umana, nei suoi slanci come nelle sue pause, nelle sue pause come nelle sue terrificanti cadute. Perché non avvalersi, per citare ogni diffidenza, per eliminare ogni sospetto di insincerità, anche di tutto ciò che può servire a rendere completa la ricomposizione di tempi sbriciolati dall'erosione degli anni o dei secoli?
Allorché si vuole ricostruire un avvenimento occorre inserirlo nella complessità dei fatti, delle condizioni, delle cause che hanno contribuito a determinarlo. Tutto il passato dell'umanità appartiene alla storia: personaggio storico è Mario, ma lo è anche Fidippide che morì correndo per annunziare il trionfo ateniese di Maratona, personaggio è Silla, ma lo è anche quel vincitore olimpico che si spense, stroncato dall'emozione, mentre l' «Ellanodico>, cioè il giudice di Olimpia, gli cingeva la fronte con l'olivo sacro del vincitore. Vi sono preziosi documenti non scritti, ma scolpiti nella tradizione popolare, sopravvissuti ai tempi, per consentirci forse di capire le zone d'ombra dell'uomo di oggi per mezzo del faticato travaglio dell'uomo di ieri.
Non dimentichiamo che la Grecia antica ricordava più i vincitori delle gare olimpiche che gli eroi della guerra!
Ritornando all'argomento della corsa, essa era, come lo è adesso, il piatto forte dei Ludi Olimpici. L'esercizio della corsa è il più completo ai fini della formazione fisica e del carattere: ricordiamo, a tal uopo, che il filosofo romano Seneca, a chi gli chiedeva come si dovessero educare i figli, rispondeva: "addestrateli alla corsa"!
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