|
Premesso che lo scopo principale dell'allenamento in altitudine è lo sviluppo della prestazione, al centro di questo allenamento vi devono essere lo sviluppo della resistenza di base e la resistenza alla forza/velocità: occorre però accertarsi che tutti i mezzi di allenamento applicati siano volti in direzione di "shock aerobico".
Con l’esposizione all’alta quota si ha un’ immediata riduzione del VO2max (circa 10% ogni 1000 m di quota a partire dai 2000m). Sulla cima dell’Everest la massima capacità aerobica è del 25% rispetto al livello del mare. La resistenza dell'aria è l'insieme di forze che si oppongono al movimento di un corpo nell'aria stessa. Essendo in rapporto diretto con la densità dell'aria, la resistenza diminuisce con l'aumentare della quota, e ciò comporta dei vantaggi nelle discipline sportive di velocità, perché parte dell'energia spesa per vincere la resistenza dell'aria può essere utilizzata per il lavoro muscolare.
Per le prestazioni protratte, specie quelle aerobiche (ciclismo), il vantaggio che deriva dalla riduzione della resistenza opposta dall’aria è più che compensato dallo svantaggio dovuto alla riduzione del VO2max.
La densità dell'aria diminuisce con l'aumentare della quota perché diminuisce la pressione atmosferica, ma è anche influenzata dalla temperatura e dall'umidità. Il calo della densità dell'aria in funzione dell'altitudine ha effetti positivi sulla meccanica respiratoria.
Il lavoro lattacido va svolto su brevi distanze, con velocità pari o superiori al ritmo di gara e con pause di recupero più lunghe di quelle effettuate a bassa quota. Vanno evitati picchi di carico ed elevati sforzi lattacidi. A conclusione del soggiorno in quota vanno pianificati uno o due giorni di lavoro aerobico blando. Bisogna evitare di mescolare l'allenamento per la potenza aerobica con l'allenamento lattacido, in quanto si generano due effetti opposti e a discapito dell'adattamento. Dopo carichi intensivi vanno continuamente introdotti allenamenti blandi di capacità aerobica. Nelle fasi di acclimatazione non si devono applicare carichi di lavoro elevati.
Vanno condotti controlli quotidiani dell'allenamento in ordine a: peso corporeo, frequenza cardiaca a riposo e al mattino; controllo dell'intensità dell'allenamento tramite cardiofrequenzimetro; valutazione soggettiva dell'atleta.
Dopo sette/dieci giorni dal ritorno dall'altitudine si possono valutare gli effetti positivi. La preparazione di una gara importante non dovrebbe mai essere preceduta da un allenamento in altitudine svolto per la prima volta.
In altitudine è importante la quota di carboidrati nella dieta quotidiana: essa deve essere pari al sessanta/sessantacinque per cento dell'insieme delle calorie. In ipossia l'organismo richiede da solo più carboidrati perché deve mantenere basso il fabbisogno di ossigeno.
Un'alimentazione razionale con un apporto adeguato di fluidi sono condizioni essenziali per un fruttuoso allenamento in alta quota.
L'AGONISMO DI ALTO LIVELLO
A fronte di una letteratura fisiologica ricca di dati concernenti il lavoro in alta quota con i risultati conseguenti all’ acclimatazione, ridotte od inesistenti appaiono le indicazioni volte a stabilire l'idoneità generica (od attitudine) a praticare attività sportive di intenso impegno agonistico in ambiente analogo o solo di poco inferiore come altezza.
Esempio tipico è il Trofeo Mezzalama, istituito circa cinquanta anni fa per perpetuare il ricordo di Ottorino Mezzalama, pioniere assoluto dello sci-alpinismo: questa gara, arrivata alla XVI Edizione (2007), si dipana su di un percorso altamente suggestivo ed estremamente impegnativo, che va dal Plateau Rosa di Cervinia (3300 m) al Lago Gabiet di Gressoney-La Trinité (2000 m), attraverso i nevai del Verra, le cime del Naso del Lyskamm (4200 m) e tratti attrezzati e da « ramponare » del gruppo del Rosa.
Fattore quota e difficoltà intrinseche creano al medico dello sport un grosso problema: quali sono gli atleti idonei a tale gara e come valutarli a priori per ridurre i rischi di una gara che mobilita centinaia di uomini per tracciare il percorso e garantire il soccorso in questa che può essere veramente definita una sfida alla natura?
L'Istituto di Medicina dello Sport di Torino, nel valutare oltre la metà dei concorrenti (circa 150 di provenienza anche extraeuropea), ha messo a punto un protocollo operativo basato su dati clinici ed anamnestici, laboratoristici e strumentali. Tra questi ricordiamo come più significativo il test da sforzo: è stato impiegato un ergometro trasportatore e spirometro a circuto chiuso, con un carico iniziale a livello mare in O2 al 20,9370, ripetuto quindi ad una quota simulata di 3500 m, ottenuta riducendo la percentuale di O2 nell'aria del circuito spirometrico, sino al 13,57% corrispondente ad una pressione parziale di 103,2 mmHg (pari a 13,76 kPa).
Questo test ci ha permesso di introdurre una variabile: quella dell'adattamento alla quota. In effetti, tutti i dati routinari non davano significative modificazioni od alterazioni per gli atleti esaminati, consentendoci un solo giudizio di idoneità generica: con il test succitato si è potuto analizzare il comportamento del polso di 02 (rapporto fra consumo di 02 e frequenza cardiaca, indice dell'efficienza cardiocircolatoria), sia a livello mare, sia in quota. La variazione di questo parametro per uno stesso carico di lavoro, cioè l'entità della sua diminuzione nel passare da condizioni di normossia a uno stato acuto di ipossia, ci ha pemesso di stilare una tabella per definire l'attitudine al lavoro in quota.
Questa attitudine risulta tanto maggiore, quanto minore è il decremento del polso di O2 passando dal livello del mare in quota.
Si è ritenuto ragionevole, per concedere l'idoneità, che l'atleta non presenti riduzioni superiori a 125%. Per riduzioni più marcate, in effetti, la sicurezza sullo stato di efficienza fisica globale appare quanto meno dubbia, anche se rimane l'incertezza di una definizione esatta del distretto più esposto: cuore, polmoni, sistema ormonale, reni.
|